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Premio Eschilo a Gela 2011

Successi > Successi 2010-2011 > 1° parte

Premio "Eschilo a Gela"

Stefania Pelleriti, III C, si è classificata prima al Concorso internazionale "Eschilo a Gela", indetto dal Centro Studi "Salvatore Aldisio" e dal Kiwanis Club di Gela per ricordare, nel nome del grande tragediografo che morì a Gela nel 456, una illustre figura di gelese, quella di Salvatore Aldisio. Stefania Pelleriti ha partecipato alla prima sezione del concorso presentando un elaborato in cui i temi pregnanti della poetica eschilea, la colpa e la pena, trovano riscontro nell'attualità. La cerimonia di premiazione il 14 maggio nei locali del Centro Studi a Gela. Pubblichiamo qui di seguito il saggio intitolato "Prometeo, chi sei tu dunque?

Stefania Pelleriti

La tragedia del colpevole glorioso, genio dannato dalla sua stessa sapienza, eroe perduto, Prometeo, intelletto titanico immolato per gli uomini. Suo è l'atto profondo, immenso, decisivo, tradimento e sacrificio, l'offesa e l'amore più alto. Dono e furto, il fuoco porta ai mortali la luce del progresso e della civiltà; crogiuolo di saperi, arti e idee, dono prodigioso di fatta divina, genera il contatto rovente tra il divino e l'umano, riduce il divario e aumenta la distanza.
Il potere è nuovo, perde il lusso di ignorare e possiede tutta la forza di non perdonare, dunque Zeus condanna il reato di ammutinamento, come tutto ciò che esce dall'ordinario e non passa inosservato perché diventa minaccia; e allora l'eternità è resa una punizione con l'espiazione dolorosa, così Prometeo è incatenato a una rupe del Caucaso, senza il sollievo della morte, nel perpetuo tormento.
Circondato dalle parole e dagli atteggiamenti di chi porta disprezzo al rinnegato o rispetto all'eletto, sconta la condanna con la dignità del proprio intelletto, sopportando in silenzio l'incatenamento e il dialogo tra Kratos e Efesto che mostra nei confronti del potere da un lato accomodamento e dall'altro viltà, rifiutando a Oceano l'offerta del pentimento e da sotto le catene affermando la superiorità della propria libertà interiore. Con il supremo orgoglio della propria colpa, ha la forza di rivelarsi alla compassione delle Oceanidi, e ancora una volta offrire la propria sapienza per una vittima, Io, che giunge alla sua rupe con l'afflizione dell'estro; per lei vede lontano fino alla speranza della salvezza e della caduta del tiranno. Per la seconda volta il sapere costituisce il turbamento della minaccia che costringe l'attenzione di Zeus, manda Hermes a mediare una tattica del compromesso disperata quanto inutile, perché il titano della libertà non può piegarsi alla schiavitù del patto vincolante, e la condanna stavolta è tanto ingiusta quanto potente.
Prometeo, oltre ad essere figura universale della letteratura chimerica è personalità simbolica della reale lotta sociale dell'uomo, rivive in ogni tempo nel travagliato rapporto con il potere e nel ruolo giocato in esso dall'intellettuale, ferma la coscienza che nell'avversione alla cultura e nel soffocamento dell'informazione risieda il seme dell'oppressione. Prima di ricevere il dono della perizia tecnica, del pensiero e della coscienza, i mortali sussistevano in uno stato di miseria, impotenti come immagini di sogno, indifesi e muti nei sotterranei dell'ignoranza: è questo l'inquietante racconto che Prometeo fa alle Oceanidi quando spiega le ragioni del suo gesto, (sradicamento dalle tenebre del nulla). Come il titano l'intellettuale si fa promotore del progresso morale e civile delle nazioni, combatte gli inganni delle propagande ideologiche, stimola la sensibilità critica, cerca di individuare la deformazione della verità per fini di parte, vive nello strazio della propria percezione. Prometeo è anche il Pasolini che vide fino a predire la propria morte. Il titano è sempre eroe sconfitto, avvinto dalle catene della censura alla rupe dell'indifferenza sul mare dell'omertà; è scomodo, vede ciò che gli altri non vedono e questa è forse la sua maledizione, la preveggenza, il dolore del sapere. La sua ribellione è sottile, rinnega la violenza, ma è sempre solitaria perché non offre vantaggi, l'intelletto titanico emerge tra la massa bassa di atteggiamenti opportunistici che fanno dell'interesse privato il fine della propria condotta, non è compresa come ragione di fondo del suo agire la necessità di mantenere la propria autonomia intellettuale e integrità morale. Attorno alla rupe di Prometeo tra le manifestazioni più diverse del servilismo e della corruzione, Zeus concretizza la sua tirannia con il potere e la forza, e Prometeo trova l'orgoglio della sua colpa nel vedere che i mortali, gli esseri deboli e indifesi per i quali ha sacrificato se stesso, cedono la loro schiavitù a quegli esseri infinitamente più potenti di loro, che al potere però sostengono il giogo: "Ho sbagliato di mia volontà non lo rinnegherò", è il suo grido estremo. Incatenato da Kratos che dileggia il suo atto d'amore perché non comprende la scelta del debole piuttosto che del potente e da Efesto che comprende le sue ragioni e soffre con lui, ma soffoca nella viltà il fuoco che lo agita sopportando le umiliazioni di chi sceglie di sottostare al potere, Oceano lo esorta al compromesso e all'adattamento, mentre Ermes invoca la saggezza della sottomissione secondo una logica che l'indipendenza di Prometeo non conosce: non esiste, infatti, niente di peggio della schiavitù, nemmeno la condanna che ha avuto per dare aiuto a chi moriva, intellettuale, profeta, ma soprattutto benefattore. La genialità non si chiude nell'egocentrismo ma esplode nell'altruismo, non può trovare che nell'amore la sua ragione di fondo, la naturale via, Prometeo è santo e martire per gli uomini. A Zeus Dio padre che caccia dal paradiso la classe proletaria facendola precipitare nell'età del ferro, capitalista indifferente ai reali bisogni del popolo, si contrappone il Cristo Prometeo dalla volontà comunista che, crocifisso, sconta l'amore che lotta contro la morte; misericordioso, egli ha dato quel progresso tecnico e scientifico che il potere aveva negato, perché, si sa, la parte ricca tende a schiacciare la parte povera più che aiutarla, tende a difendersi piuttosto che avvicinarla a sé, e il sud e il nord non si uniranno mai. Ora, se il controllo maniacale di ogni eccesso di hybris da parte di Zeus, la legge ineludibile dalla punizione definitiva nella cui violazione risiede la massima colpa di Prometeo può sembrare incomprensibile, ha le sue buone ragioni, perché ogni impulso può essere sintomo della rivolta che va soffocata in ogni modo e con qualunque mezzo, Prometeo tuttavia ha solo equilibrato la rivolta contenendola in sé, perché la rivolta del povero sul ricco esplode comunque sempre e lui lo sa.

La dike incomprensibile di Zeus esplode di irrazionalità nella vicenda di Io, l'innocente che soffre senza una ragione. Tra le varie personalità che abbiamo visto ruotare attorno alla rupe del titano c'è anche quella più delicata di chi non subisce la sottomissione volontariamente, ma del dispotismo politico è vittima, schiacciata da calcoli che non gli appartengono legati ad una logica che al potere dà la facoltà di personalizzare la giustizia, e soddisfare bisogni che non corrispondono al bene comune o individuale; sotto queste esigenze il debole non più oggetto dell'interesse primario soccombe. Io, perseguitata dall'estro mandatole da Era, punizione per una colpa non commessa, sconta sulla propria carne la condizione di donna, oggetto involontario del desiderio di Zeus, necessità assoluta che nega ogni scelta e ogni rifiuto. Nell'ideale tradizionale, e il titano va contro tutte le tradizioni, si ha la perpetuazione del concetto di donna come parte debole dell'umanità, subordinata o sottomessa all'uomo, una visione tipica anche involontaria che impone ruoli caratteristici: è donna prima di essere umano, è immagine inerme più che essenza indipendente, un giogo naturale da sempre la caratterizza e giustifica questa visione. L'immagine femminile svuotata di significato è oggetto di un tipo di sfruttamento che alterna la visione sessuale a quella pubblicitaria, il corpo mercificato o usato per il commercio stesso, abbellimento, attrazione, decorazione o oggetto sessuale, tutto è mediato dal denaro. La figura proposta oggi dai media non solo è negativa, ma non rispecchia neanche tutta la realtà, limitati fenomeni tendono a mostrare come generale e scontata un certo tipo di disponibilità da cui deriva un'oscena fenomenologia per la quale possedere qualche potere concede certe libertà ed avere certe libertà dà un'immagine più potente; disponibile, pronta per l'uso, Zeus ha il potere di volerla e averla, averla contro il suo volere mostra il potere di Zeus, nessuna donna può dire mai di non essere al suo servizio.
È evidente allora che ciò che i mass-media mostrano è perfetta espressione di chi governa, neanche la parte indipendente è più libera, si vede ciò che è concesso vedere che poi è ciò che il potere sceglie di mostrare di sé. La televisione, che è il più penetrante e violento dei mezzi distorce la realtà effettiva delle cose e mostra agli uomini il mondo imperturbabile e perfetto degli dei; strumento degli dei per mantenere il controllo, fa sviluppare nella gente una perfetta ed efficace superficialità, impone linguaggi, modelli di vita e opinioni stabilite, con una tattica sottile traccia una linea divisoria tra ciò che è bene e ciò che è male, crea l'opinione pubblica. Mostra sempre che tutto va bene con una facciata di ipocrisia da compromesso vittoriano che a nessuno è più utile che al potere stesso, l'eletto può dimenticarsi degli elettori una volta finita la messinscena e raggiunto il proprio scopo, ciò che rimane poi è l'aspetto esteriore che la televisione regge. A Zeus fa comodo ignorare gli uomini, anzi è vicino alla decisione di annientarli; dopo averli mantenuti in uno stato di inciviltà inconsapevole, adesso si rende conto che può anche liberarsene, appena giunto al potere non gli resta che goderselo, eppure i suoi calcoli sono affrettati perché i fragili mortali hanno dalla loro un titano che mostra loro ogni segreto degli dei, anche se ciò vuol dire violare la legge suprema. Solo il Titano sa scavare a fondo e vedere; il titano, infatti, conoscendone la potenza cercano attraverso lo stesso mezzo televisivo di rischiarare la nebbia che esso ha generato, rendere consapevole la gente di ciò che accade e svelare i meccanismi subdoli messi in atto per ingannare. Anche se ciò vuol dire violare la legge silenziosa, essa c'è soprattutto nelle menti di chi ne ha a che fare, la sua presenza pesa in ogni parola, nella paura di oltrepassare il limite della metriòtes, esporsi troppo e pagarne sulla propria pelle le conseguenze. Il potere infatti si sbarazza dei Titani con le catene della censura che altro non è che la massima espressione di arretratezza culturale e ostilità al progresso, sopraffazione e inganno. E sotto le catene Prometeo non può che dannarsi.
Se si parla di rivolta e coercizione in ambito socio-politico, si finisce presto in quello religioso, i concetti tendono inquietantemente ad equivalersi. Dai primordi della storia, sull'uomo svolge la sua dittatura un tiranno tenace che è al di fuori della sua dimensione e forse proprio per questo può esercitare meglio il controllo costante: la religione, agganciata selvaggiamente al pensiero e alla cultura dei popoli, diviene poi con istituzioni quali la chiesa, mezzo dello stesso uomo per affermare il proprio dominio e nel modo più semplice, perché non ha bisogno di applicare particolari forzature. Se la prima è pane vitale dell'essere inerme che cerca il senso della propria gracile esistenza, l'atteggiamento mistico che può consistere semplicemente nel cogliere dietro ogni fenomeno o entità concreta qualcosa che va oltre il visibile e il palpabile, la seconda è manifestazione concreta di una volontà di dominio e sfruttamento che di mistico ha ben poco, un controllo che si svolge attraverso l'oscurantismo dei dogmi e la schiavitù di pratiche costanti e vuote fino al ridicolo. Imponendo un credo definito a interpretazione di qualcosa che neanche si riesce a definire, si creano fazioni demarcanti la cui appartenenza impone un certo tipo di vita e il cui fine massimo è aumentare la propria potenza e agglomerare altri membri per esercitare il controllo su di essi dando garanzie come quella di una fine meno dolorosa. Zeus vede poi nel Prometeo la minaccia più grande perché l'atto evolutivo richiede immancabilmente lo sradicamento di valori portanti, e per la maggior parte il dominio della chiesa si basa su credenze radicate, la sua egemonia mascherata entra in crisi quando cambiamenti culturali in direzione opposta quindi più pragmatica e scientifica, spingono la naturale e millenaria ricerca dell'uomo del senso e del fine della propria vita da un fattore esterno e trascendente, alle leggi interne ed intrinseche del mondo in sé e quindi allo sforzo di comprenderle. Con l'avvento del consumismo edonistico, che del progresso tecnico-scientifico è figlio, le masse hanno trovato uno stile di vita che risponde meglio alle loro esigenze e li attira lontano dalle rinunce e dagli obblighi imposti dalla chiesa e neanche ne fa sentire la necessità. Senza che ci sia più bisogno di pregare per averli, il progresso tecnico offre gli strumenti e suggerisce le metodologie più efficaci per conseguire i propri scopi e la propria felicità. Zeus avverte Prometeo come minaccia nel fatto che la scienza dia fiducia in una vita svincolata dal divino e gli uomini si sentano in grado di vivere senza ciò di cui prima avevano paura; piuttosto che pregare un tiranno indifferente adesso riescono da soli ad adoperarsi per se stessi, consapevoli che da nessun dio è mai derivata la conoscenza. La logica meccanicistica ha la meglio su quella finalistica e all'uomo non importa più qual è il fine di tutto ciò che sta facendo e vivendo, ma come viverlo e farlo al meglio. Prometeo ha dotato l'uomo delle tèchnai che gli consentono di opporsi alle forze avverse che lo colpiscono senza domandarsi perché ciò accada e senza più avere paura che sia conseguenza della rabbia di Zeus. Il come ha la meglio sul perché, il metodo sul senso, e la preferenza verte su qualcosa che sia controllabile e a misura d'uomo; ciò ovviamente non rappresenta per forza un bene specialmente quando è seguito da un non riconoscimento dei limiti, superati i quali non si torna più indietro.
Ciò che ha spinto Mary Shelley a paragonare il suo Frankenstein a Prometeo è il fatto che quest'uomo pieno di ambizione e continuo desiderio di migliorarsi e raggiungere la perfezione, riesca a operare senza più paura di violare le leggi divine e superare i limiti imposti da esse alla condizione di uomo o perlomeno ciò che il moralismo ecclesiastico condanna.
Creatore al posto di Dio, Prometeo senza Dio, scienziato dall'ambizione titanica mal visto dagli dei, non a caso è un mostro il frutto dei suoi studi, la punizione per aver varcato i limiti sono le catene dell'impotenza di fronte alla degenerazione del progresso che va a ritorcersi contro se stesso e distrugge tutto ciò che si è creato.
Potenza terrificante il sapere, che, o tecnico o religioso, è ciò che massimamente conta, lambire per un attimo con le labbra la perfezione; Prometeo contiene già nel suo nome la schiavitù ad esso, in egual modo si scatena il tormento di possederlo e l'angoscia di non averlo, condanna pesante, strazio nello stato di grazia; in un dualismo sadico il sapere fa bene ma anche paura, costituisce un pericolo ma anche la salvezza, potenzia e svilisce, rende più sopportabile e più tremenda la verità, è in ogni caso la soluzione al nulla, ciò che l'uomo rifugge più di ogni altra cosa tramite la religione o la tecnica. La figura di Io si ripropone nella veste di supplice del sapere, ha già sopportato la sua condizione di donna adesso non vuole farlo col suo tormento, ma saziarlo con il sapere, vuole andare oltre la sua sofferenza, imprimerla del significato che le hanno strappato; chiede infatti la conoscenza della verità, la smania di conoscere l'entità e la quantità della sofferenza lascia posto poi alla disperazione, il sapere che è gioia e dolore, rimedio e angoscia. Prometeo e Io, vittime del potere in modo opposto, ribellione e sopportazione, si sublimano nello scambio di conoscenza, il passato e il futuro nascondono per un attimo il presente. Il previdente vede, e il sapere è ancora una volta atto misericordioso d'amore, compassione dall'alto verso il basso, il sapere rende Prometeo eletto ma gli procura ancora del male, nel sapere ha la sua arma e la sua sconfitta, ne è schiavo, possiede il segreto della rovina di Zeus e il sapere stesso diventa hybris. Zeus non si dimentica mai di Prometeo perché sa che il sapere è il pericolo più grande, ed anche la necessità si piega alla verità, Zeus non può non piegarsi al dolore del sapere, tenta invano di estorcere il segreto, ma nello scontro titanico per il sapere, arma involontaria, entrambi avranno la loro distruzione.
Superiorità, grandezza d'animo, indipendenza, sono i doni dell'epistème, fattori giustificanti di una paura che genera l'odio, come se il sapere nascondesse una tentazione diabolica, il Cristo è Satana aberrante agli occhi dell'istituzione. La letteratura canta ancora l'amore per il sapere, e Prometeo ne è personaggio universale, emblematico; muta parvenza, ma vive la stessa tragedia, pieno dello stesso orgoglioso individualismo il Faust di Goethe che nel sapere trova la giustificazione tremenda al male, titano in rivolta contro la moralità ipocrita della società, per il sapere corre anche il rischio di una sfida con il demonio e di una dannazione che incrementa l'estensione e il significato delle sue aspirazioni e dei suoi atti, peccatore irrecuperabile agli occhi della chiesa perché non si accontenta del sapere umano. Regna l'estrema ambiguità nel personaggio di Prometeo, o perlomeno nella sua percezione, a identificarlo con lo stesso Satana, la figura possente ne copre i fini nobili. La Bibbia tramanda la storia di Lucifero (portatore della luce come Prometeo), arcangelo più vicino e devoto a Dio, che pecca di superbia e con un terzo delle forze angeliche muove guerra a Dio che lo precipita dal cielo insieme ai suoi angeli devoti. Cantato da Milton però nel "Paradiso perduto", Satana diviene il più interessante e avvincente dei personaggi, oggetto di ammirazione nella dura lotta per vincere i suoi stessi dubbi e le sue stesse debolezze, porta a compimento il suo obiettivo, quello di corrompere la specie umana. Eppure il Faust peccatore viene accolto in cielo meritevole della dignità conquistata dalla grandezza delle sue aspirazioni, a muovere Prometeo è solo il bene altrui, e non la superbia, la sua devozione a Zeus è stata ricambiata con l'ingratitudine, per questo non può fare a Zeus lo stesso dono che ha fatto ai mortali.
"Prometeo incatenato" è la tragedia delle tragedie, anche se c'è un atto decisivo a risolvere il dilemma fortissimo, che costituisce il senso tragico in sé, uomo o necessità; questo senso non si esaurisce nella legge del pathei mathos, la sua sofferenza non può sfociare in nessuna conoscenza perché tutta la sua esistenza si è già sviluppata nel'immane binomio, Prometeo già possiede tutto il sapere e conosce tutta la sofferenza che esso comporta; lo strazio della sua pena resta fine a se stesso, immotivata, priva di una ragione che non sia quella della sconfitta. La sua vittoria però si perpetua nel tempo e Prometeo esisterà sempre in tutte le forme possibili, mito esistente, sogno reale, la sua condizione si risolve nell'irresolutezza dell'esistenza umana, ancora fiaccata dagli stessi mali che il suo sacrificio ha sublimato.



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